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Ricordo di Nicola Teti - Calendario del Popolo

Ricordo di Nicola Teti

Tutti noi abbiamo estimatori e detrattori, gente che dice bene e gente che dice male. È normale. Il mio vecchio maestro Ernesto Sestan, una volta che io gli confidai – avevo poco più di trent’anni – il mio turbamento per alcune voci raccolte tra i miei colleghi durante un convegno, mi rispose che c’è un segreto per valutare la qualità della propria immagine presso gli altri. Bisogna distinguere tra chi ti conosce di persona e chi magari ha letto qualcosa che hai scritto, ma non ti ha mai incontrato. Per sapere sul serio se hai buona o cattiva stampa – mi disse – devi valutare il rapporto tra le voci positive o negative di chi ti conosce e quelle di chi non ti conosce. Le prime, fatta la debita tara dell’invidia, dell’antipatia, della rivalità eccetera (ed è una tara difficile a farsi sul serio) sono quelle valide. Le seconde sono irrilevanti o quasi.

Ho tenuto costantemente valida quest’aurea regola, e l’applico sempre sia per me, sia per gli altri. A dire chi era Nicola Teti, e a capire sul serio chi fosse, basti questo: chi non lo conosceva ne parlava malissimo, salvo alcuni suoi sicuri compagni di fede politica. Chi lo aveva avvicinato anche una sola volta, anche indirettamente, per lettera o per telefono, ne faceva invariabilmente un quadro entusiasta.

Mi ricordai una volta di più dell’insegnamento di Ernesto Sestan, non ricordo più quanti anni fa, ma sono tanti, quando al telefono mi risuonò nelle orecchie l’inconfondibile accento calabrese di Nicola Teti. Mi disse subito che sapeva che avevo studiato nell’Università di Mosca nel 1970, che ero un estimatore della Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica e che ero un buon amico di Luciano Canfora, allora mio collega all’Università di Bari: e mi chiese un contributo incentrato sulla storia mediterranea medievale per la sua Storia della società italiana , ricordandomi i tanti miei amici e colleghi che già ci collaboravano. Dal momento che non conoscevo né l’opera, né le sue intenzioni, gli chiesi se era proprio sicuro di voler parlare con me, se sapeva chi fossi e quale fosse il mio orientamento politico. Mi rispose con una mezza risata e un eloquente: «So tutto e mi va bene così…Senta (non furono forse quelle proprio le sue esatte parole, ma quasi: le ricordo molto bene; e, soprattutto, quello era il senso), so bene come la pensa, ma non le chiedo un saggio marxista. Scriva quel che crede, come le pare». Conosco editori “liberali” che avrebbero detto più o meno le stesse cose, condendole tuttavia di sé, di ma e di “distinguo”. Di moderati che mi hanno tenuto alla larga – e ringrazio Dio che lo abbiano fatto – ho fatto in vita mia larga collezione.

Capii di aver trovato un fratello, un compagno di strada. L’idea di comparire tra i collaboratori di una grande opera enciclopedica della casa editrice che pubblicava «Il Calendario del Popolo», e tra gli estimatori della Storia universale mi piaceva, mi divertiva e perfino mi lusingava. Non ho mai sopportato i “moderati” e i perbenisti: quelli di destra che si scandalizzano se fai qualcosa coi “comunisti”, quelli di sinistra che vedono fascisti dappertutto e che ti spiattellano sempre in faccia il loro antifascismo. Del resto, negli ultimi quindici anni, ne ho conosciuti parecchi di questi onesti liberal-democratici e di questi antifascisti inossidabili finiti insieme alla corte di Arcore e nel più vergognoso governo che l’Italia abbia mai avuto dall’Unità a oggi. E li conosciamo tutti.

Oggi, i miei detrattori – che sono molti, ma anch’essi (mi succede un po’ come a Nicola Teti) gente che di solito non mi conosce – sostengono in fondo che quell’impium foedus tra me, “cattolico” e “fascista”, e Teti, “ateo” e “comunista”, era già nell’aria e nella logica delle cose. Gli estremi si toccano, gli eversivi finiscono sempre sulla stessa barca eccetera.

Di Nicola Teti, fin dal primo momento ho ammirato la generosità con la quale si sentiva tutt’uno, lui e la sua famiglia, con i suoi ideali e con la sua casa editrice. Voglio sperare che pensasse un po’ anche agli affari e certo avrà avuto anche lui grane con i conti da pagare e dispiacere con i volumi invenduti. Ma del suo lavoro e dei suoi progetti parlava sempre come di un dovere, di un compito, di una missione: nessuno più di lui era lontano dal tipo di “manager”, eppure nulla aveva neppure dell’agitatore politico. Nicola Teti guardava in faccia il suo progetto, se volete la sua utopia: un mondo futuro di libertà, di pace e di giustizia, ch’era del tutto naturale sperare e volere; ed era per lui naturale che qualunque persona onesta, anche inconsciamente, la pensasse come lui e fosse pronto a collaborare con lui.

Ebbi pochi incontri con lui, per quanto ci scrivessimo e ci telefonassimo spesso. Ricordo una sera di pioggia, a Milano: un incontro quasi casuale, deciso all’improvviso, che avrebbe dovuto durare il tempo di un caffè e che finì in un ristorante calabrese dagli sporti rossi e dalla cucina odorosa e piccante. Un posto di amici e forse di compagni. Eravamo un piccolo gruppo, c’era qualche universitario e qualche ragazzo più giovane. Non si parlò quasi per nulla né di editoria, né di politica. Si parlò di storia, di ricordi d’infanzia, di quelle buone cose che si mangiavano una volta, di quei buoni sentimenti dei quali era intessuta l’Italia della sua e della mia giovinezza. Salutandomi, mi chiese: «Ma non crede che riusciremo a cambiare questo Paese?». Gli detti una risposta d’estrema destra: l’uomo è cattivo, si può solo obbligarlo con la forza (magari soltanto con quella della legge) ad agir bene, e le eccezioni confermano la regola. Era assolutamente in disaccordo con me. Hobbes versus Rousseau, Schmitt versus Marx. «Ma anche se avesse ragione lei – replicò –, bisogna continuar a lavorare come se cambiarlo fosse possibile». Su questo ero d’accordo: pessimismo della mente e della ragione, ma ottimismo della volontà e dei sentimenti. Senza dubbio. «Mi aiuterà col «Calendario del Popolo» ?», mi chiese. «Ogni tanto ci trovo scritte delle cose che mi fanno perdere le staffe», risposi, «però certo, le darò una mano». «Promesso?». «Promesso».

Sono qua, Nicola. Ogni promessa è un debito, come diceva mio nonno anarchico che ti sarebbe piaciuto molto di più di suo nipote fascista. Sono qui, pronto a pagare il debito e felice di poterlo fare.

Franco Cardini